3 settembre 2010

Val Venosta mon amour!

Il lago di Resia

Erano sì e no venti anni, forse venticinque, che aspettavo questo momento. Poi un’anima pia, ha capito l’importanza che aveva per me recarmi in Val Venosta, più precisamente al Lago di Resia, e si è offerta di portarmici per concludere la seconda parte delle nostre vacanze. Come ormai saprete, provo un amore viscerale nei confronti dell’Alto Adige, verso le sue maestose montagne, i verdi pascoli, i tetti aguzzi, ma non solo. Mi riferisco anche alla cultura, alle tradizioni culinarie (e non), ai manufatti locali, alle stazioni sciistiche ed a tantissimi altri aspetti che riguardano questa favolosa regione. Ma questa volta, se possibile, questo viaggio è stato ancora più magico e intimo. Ora vi spiego perché.

Ho trascorso tutta la mia infanzia tra le valli altoatesine, d’estate con i miei nonni paterni e d’inverno a sciare insieme a mio papà, il quale con tantissima pazienza mi ha insegnato sin da piccolina tutto quello che so sullo sci. E’ soprattutto a loro che devo l’amore per questa terra e per tutto ciò che la circonda, perché sono stati proprio loro a trasmettermela. Pensate che quando non ero in montagna invece di sfogliare i classici libri per bambini con le fiabe, io passavo le mie ore a fantasticare su di un piccolo volumetto relativo ai monti dell’Alto Adige. In particolare mi sono sempre soffermata ad ammirare questo:

Lago di Resia - Reschensee

Quello che vedete immortalato in foto è universalmente noto come il campanile di Curon Vecchio, o meglio, tutto quello che rimane di questo paese. Dico tutto ciò che resta perché nel 1949, in seguito alla realizzazione di una diga per la produzione di energia elettrica, l’intero paese con tanto di abitazioni storiche e persino la chiesa, fu fatto saltare e demolito con l’esplosivo per lasciare il posto ad un grande bacino artificiale, della grandezza di 677 ettari pensate, che poi oggi costituisce il Lago di Resia. Tutto quello che si è salvato è questa bellissima torre romanica. Si tratta di una storia triste perché questa operazione ha cancellato e distrutto in un solo colpo diversi paesi e con essi è andata perduta la loro tradizione millenaria. E gli abitanti? Furono messi in salvo preventivamente, ma furono espropriati delle proprie case senza nemmeno ricevere in cambio una degna ricompensa economica, che gli permettesse di rifarsi una vita in maniera adeguata. Le conseguenze le potete leggere voi stessi al termine di questo scritto che si trova in una teca posta di fronte al lago:

Lago di Resia - la storia

Ed ora invece vi racconto la mia di storia. Per me questo lago è da sempre un luogo magico, sin da bambina, come ho scritto qualche riga più su, ha sempre attirato la mia attenzione. L’immagine di questo campanile nel lago mi ha sempre toccato nel cuore e ad esso mi sento molto legata, non so dirvi perché. Ma non solo: da anni sostengo di esserci stata durante uno dei miei soggiorni, ma nessuno si ricorda di avermici portato, nonostante io sappia descrivere dove passa la strada e la presenza di una galleria. Mistero. L’unica cosa che so è che da tempo immemore desideravo vederlo, quindi ecco il motivo principale di questo viaggio in Val Venosta: il campanile nel lago di Resia. Immaginerete pertanto come mi sono sentita quando, appena sistemati i bagagli nel bed & breakfast che avevamo prescelto, il mio lui mi ha detto: “dai, andiamo”. Il che sottintendeva che la nostra prima meta sarebbe stata quella, il lago.

E così ci siamo incamminati in macchina attraverso tutta la valle, in direzione del Passo Resia, destinazione Curon Venosta. All’inizio ero calma e rilassata, poi a mano a mano che leggevo sul navigatore e sui cartelli l’approssimarsi al luogo prescelto, una certa emozione e impazienza hanno iniziato a farsi avanti. All’“ok ci siamo”, mi sono sciolta e non appena sono passata sotto alla galleria mi sono venuti i brividi. Uno spettacolo della natura si è aperto ai miei occhi ed io mi sono commossa. Il “mio” lago, finalmente, davanti a me.

Sul lago di Resia

Ma veniamo al resto del viaggio, prima che ci scappi nuovamente una lacrimuccia, e proseguiamo il racconto. Da lì il confine con l’Austria è davvero vicinissimo, l’ambiente circostante è caratterizzato quasi esclusivamente da verdissimi pascoli, ruscelli, boschi e piccoli abitati.

Ruscello

E qui voglio segnalarvi una piccola chicca, un maso che si trova a 1660 metri di altitudine, nel quale abbiamo consumato un piccolo pasto, prima di rimetterci in cammino verso altre destinazioni:

Tendershof di Andreas Prantl
Via Paese vecchio, 31
Loc. Resia – Curon Venosta (Bz)
Tel. 0473/632011

Ecco cosa abbiamo mangiato:

Tagliere di speck e formaggi tipici
Schneemilch
Un bicchiere di Schiava

il classico tagliere di speck e formaggi misti (di produzione del maso), prosciutto cotto caldo fatto in casa e il tradizionale “Schneemilch”, un dessert povero a base di pane, panna montata, latte, uvetta e pinoli (il mio era particolarmente grazioso perché decorato con fiori freschi raccolti al momento in giardino). In realtà i dessert erano due, il secondo, che non ho fotografato, lo realizzerò io stessa in uno dei prossimi post ;) Il tutto accompagnato sempre da un buon bicchiere di Schiava, la nostra della cantina St. Michael – Eppan.

Da qui il consiglio è quello di recarvi a Resia paese e di fare 10 minuti di camminata nel bosco per vedere la sorgente (vera o presunta, non ho ancora ben capito) del fiume Adige:
Sorgente dell'Adige - Etschquelle

E questo è ciò che ho visto nel bosco durante la mia passeggiata:

Sorprese nel bosco
Sorprese nel bosco

Sempre nelle vicinanze (relative), si trova Glorenza, una pittoresca cittadina nella quale è possibile vedere ancora un tipico esempio di costruzioni medioevali: torri di guardia, mura di cinta e feritoie. Ma non solo ovviamente, nel piccolo centro ci sono alcuni negozi che vendono prodotti interessanti (un po’ da turisti, però vale la pena fare un giro…):

Glorenza - la torre
Glorenza - la torre

Insegna

Orsetti tirolesi ♥

In giro per negozi...

Glorenza - Abitazioni

Ritornando verso Silandro, la nostra base, non posso non mostrarvi il suo campanile, che pare sia uno dei più alti di tutto l’Alto Adige con i suoi 97 metri:

Silandro

Da qui non potevamo certo farci mancare una visita alla tenuta Juval, di proprietà del famoso alpinista Reinhold Messner, dove si trova anche un castello che però non siamo riusciti a visitare purtroppo, perché era chiuso. Quello che non ci siamo fatti mancare invece, è stato un bel pranzo (a base di arrosto di maiale servito con un canederlo al tovagliolo e lo strudel che vedete in foto più giù) presso il maso Schlosswirt Juval (via Juval, 2 – Castelbello – Bz – Tel. 0473/668056), sempre all’interno della medesima tenuta:

Schlosswirt Juval - insegna

Schlosswirt Juval - Interno

Strudel di mele con panna

Scendendo a valle (a piedi o con l’apposita navetta, al costo di 5,00 euro andata e ritorno per il tragitto completo dal parcheggio ai piedi del colle fino al maso) è possibile immergersi nelle coltivazioni tipiche del luogo:

Coltivazioni della tenuta Unterortl

come il sambuco nero, le pere Pala (una varietà di pera tipica locale) e la rosa canina. Naturalmente è seguita una visita alla tenuta Unterortl, nella quale si producono vini e alcuni tipi di distillati. Ecco la bottaia:

Tenuta Unterortl - bottaia

Tra tutti i vini assaggiati, mi hanno particolarmente impressionato il Riesling A. A. Val Venosta Doc 2008 e le due selezioni, Windbichel e Spielerei, oltre al Pinot Nero A. A. Val Venosta Doc 2007. Inoltre visto che la tenuta si trova proprio accanto all’ingresso per la Val Senales, non potevamo non fare un breve passaggio a curiosare. Si tratta di una vallata molto stretta, nella quale si può trovare una natura quasi selvaggia e salendo fino in cima è possibile prendere gli impianti che portano al ghiacciaio e alle piste da sci (eh sì si scia anche d’estate, ma fino alle 11.00 mi è stato detto). Ecco qualche scorcio:

Lago Senales

Cascata

Mucca al pascolo

Il viaggio è quasi concluso, ma non potevo non rendere omaggio ad una delle numerose fortezze che dall’alto dominano la valle. Questo è il castello di Castelbello, risalente al XIII secolo, impossibile non notarlo perché è a strapiombo sulla strada principale:

Castelbello - dettaglio castello

Castelbello - dettaglio castello

Castelbello - dettaglio castello

Infine, vorrei segnalarvi un altro ristorante presso il quale ho mangiato davvero bene:

Albergo Ristorante Weiss Kugel
via Mazia, 10
39025 Mazia (Bz)
Tel. 0473/842600

Purtroppo non ho foto da mostrarvi, ma sappiate che ho mangiato una zuppa di pane e uno spiedo di cervo e maiale con crauti e strigoli di patate davvero gustosi.

Veduta sul gruppo dell'Ortles

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1 settembre 2010

Gratin alle prugne e mirtilli

Gratin alle prugne e mirtilli

E dopo l’atmosfera sognante di vacanza che si respirava nel post precedente, passiamo ad una ricetta. Lentamente riprendo le mie (buone) abitudini, cucino, fotografo e post produco, non al ritmo incalzante di prima delle vacanze, al quale mi abituerò gradualmente (come a tutte le cose, del resto), ma credo di riuscire ad entrare a pieno regime presto. Muovo i primi passi nella mia cucina dopo ben quindici giorni di assenza (finalmente, mi dico), valuto la situazione della dispensa (stato delle scorte, loro conservazione, ecc.), quella dell’orto e del frigorifero, e comincio a pensare possibili combinazioni di ingredienti per comporre nuovi piatti e ricette. Tra le prime cose che ho notato c’erano delle bellissime susine della varietà Fortune, coltivate dalla mia nonna (filiera cortissima in questo caso), e dei mirtilli che avevo raccolto io stessa poco prima di partire e poi diligentemente congelato per utilizzi futuri. Due frutti di diverse tonalità di viola-blu che mi piacciono sempre molto insieme. Infatti se vi ricordate l’anno scorso pubblicai questo plum-berry crisp, ovvero una sorta di crumble a base di prugne, mirtilli e more.

Questa volta ho preparato un rustico gratin, un dolce al cucchiaio al quale non si pensa mai (almeno io), ma che invece risulta sempre particolarmente comodo, rapido, ma soprattutto versatile. Il principio è quello di fare uno strato inferiore di frutta a piacere (nel mio caso appunto prugne e mirtilli), cospargerlo di zucchero e fiocchetti di burro, per poi coprire il tutto con un composto a base di albumi montati a neve ferma, farina, farina di mandorle e zucchero. Bastano una trentina di minuti di cottura, in forno, et volià, il dolce è pronto. Pratico, no?

E poi, aggiungo, è anche un valido sistema per riciclare gli albumi e, magari, quella frutta che giace lì tutta sola soletta nel suo cesto e che era destinata a chissà quale fine. Inoltre è anche abbastanza leggero (poco burro e zucchero o altri grassi). Mica male, eh? Anche perché è davvero buono e lo si può gustare sia tiepido (scelta che con il piacevole fresco serale di questi giorni trovo lo elevi al grado di ottimo comfort food), magari accompagnandolo per i più golosi con una pallina di gelato alla vaniglia o cannella, oppure anche a temperatura ambiente con dello yogurt greco, una quenelle di panna acida, ma anche la classica panna montata, non zuccherata, va sempre bene. Ah, quasi dimenticavo, qui lo vedete nella romantica versione da due persone (la mia preferita), da mangiare con il cucchiaino direttamente nella pirofila, avvicinandosi dolcemente alla propria dolce metà, ma naturalmente fa la sua bella figura anche in cocottine monoporzione.

Susine

Gratin alle prugne e mirtilli

Ingredienti per 2 persone:
per la base di frutta:
2 susine medie
55 g di mirtilli (freschi o surgelati)
1 cucchiaio di zucchero semolato
20 g di burro

per la copertura:
1 cucchiaio di farina 00
40 g di farina di mandorle
50 g di zucchero semolato
2 albumi

Procedimento:
Lavate le prugne, asciugatele e tagliatele prima in quarti, poi ancora a metà ricavando in tutto circa 8 spicchi per ciascun frutto. Trasferitele in una pirofila da gratin (oppure due cocottes monoporzione da 375 ml circa, se preferite), unitevi i mirtilli sparpagliandoli qua e là, avendo però cura di conservare una piccola parte di entrambi da parte da utilizzare come decorazione finale (altrimenti avrete un unico strato di composto a base di albumi che a mio avviso non è particolarmente carino a vedersi). Cospargete il tutto con lo zucchero semolato e con il burro tagliato a fiocchetti.

Preparate ora la copertura: in una ciotola setacciate la farina 00, unitevi quella di mandorle e lo zucchero semolato, mescolando bene con un cucchiaio fino ad amalgamare il tutto. In un secondo contenitore montate a neve ben ferma gli albumi, utilizzando la planetaria con il gancio a frusta o le fruste elettriche, e incorporateli in più riprese al composto con la farina utilizzando una spatola e mescolando delicatamente (e con pazienza) dal basso verso l’alto, fino ad amalgamarli perfettamente.

Distribuite la copertura sulla frutta e terminate aggiungendovi qualche fettina di prugna e qualche mirtillo che avevate tenuto da parte. Fate cuocere nel forno già caldo a 180° per circa 25-30 minuti, o comunque fino a quando il gratin apparirà dorato in superficie. Servite tiepido (con gelato alla vaniglia o cannella) oppure a temperatura ambiente (con un po’ di panna montata non zuccherata).

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30 agosto 2010

Puglia e Basilicata: il mio viaggio

Mare a San Pietro in Bevagna (Ta)

Eccomi di ritorno dalle vacanze. Vacanze che si sono articolate un po’ in giro per l’Italia, dalla Puglia all’Alto Adige, passando per la Basilicata. Sono davvero moltissimi i chilometri percorsi, ma devo dire che ne è valsa davvero la pena, perché ho visto luoghi e panorami spettacolari a me sconosciuti. Sono tornata abbronzata (o, come dico sempre, doratina), felice e rilassata, peccato solo per l’influenza che mi sono beccata subito dopo il mini-soggiorno in Val Venosta, località che sarà oggetto di un altro post a parte, scoprirete poi il perché.

Come avrete intuito quindi, oggi niente ricetta (mi serve il tempo materiale per cucinare e rimpilzare il mio scarno archivio e, per questo, ci vorrà ancora un po’ di pazienza, ma non troppa ;), desidero raccontarvi invece più o meno brevemente (mi sa che è la seconda), la prima parte della mia vacanza, mostrandovi qualche scatto di ciò che ho visto, raccontandovi le mie sensazioni, emozioni e, perché no, darvi qualche indirizzo o consiglio mangereccio. Devo dire che è stata la prima volta in cui mi sono spinta così a Sud e la prima cosa che mi ha colpita è stata la luce: così forte, intensa, a volte quasi abbacinante, che viene ancor più accentuata dal candore delle mura delle abitazioni in alcuni paesini come Ostuni e Cisternino, per citarne un paio. E poi il calore e l’ospitalità delle persone che ho incontrato che hanno contribuito a farmi sentire a casa da subito. Per non parlare dell’ottima cucina locale: focacce con i pomodorini (condite e non), cavatelli, orecchiette, pucce, gnummareddi, cacioricotta, caciocavallo, pane (quello di Altamura Dop ad esempio, ma potrei dire anche quello di Laterza volendo), panzerotti e tanto altro.

Collage-Alberobello

Ovunque nelle campagne si possono scorgere coltivazioni di olive (molto nota è la Bella della Daunia, a marchio Dop) e uva, sia da tavola, che da vino.

Ulivi

Vigneti a Lizzano

E poi c’è il mare che in alcune località è limpidissimo e blu. Ecco alcune spiagge da non perdere:

Mare a San Pietro in Bevagna (Ta)
1. San Pietro in Bevagna (Ta)

Campomarino (Ta)

2. Campomarino (Ta)

Iniziamo questo mini tour da Castellaneta (Ta), paesino delle Murge che sorge su di una gravina (una sorta di gola di origine carsica molto profonda, anche più di 100 m talvolta, simile ad un canyon) e che è noto per essere la città natale di Rodolfo Valentino, noto attore protagonista di numerosi film del cinema muto. Molto caratteristica è la parte vecchia, ecco qualche scorcio:

Castellaneta

Rodolfo Valentino

E nei meandri dei vicoletti che la percorrono, molto spesso è facilissimo incontrare (qui come un po’ in tutti i paesi che ho visitato) persone che vendono i loro prodotti lungo la strada, talvolta anche davanti al portone di casa:

Street market in Castellaneta

Street market in Castellaneta

E poi c’è Polignano a Mare (Ba), paese altamente scenografico abbarbicato su di uno sperone di roccia a strapiombo sul mare (quello Adriatico per capirci), che ho trovato molto pittoresco e di una bellezza da mozzare il fiato:

Polignano a Mare

Polignano a Mare

Polignano a Mare

Polignano a Mare

Anche qui i colori dominanti sono il bianco, quello delle case, e il blu, del cielo e del mare in tutte le loro sfumature, a caratterizzare maggiormente il paesaggio. Peccato che insieme alle foto non si possano sentire i profumi di buon cibo che aleggiavano per le viuzze, roba da bussare alla prima porta e chiedere di essere invitati a pranzo! Una menzione particolare va poi al caffé speciale, che potete trovare presso la gelateria di Mario Campanella, a base di caffé espresso, panna montata, liquore all’amaretto e scorza di limone (questo è ciò che ci ho trovato e che mi sono annotata, ma non ne sono del tutto sicura). Piacevolissimo.

Caffé speciale e pasticciotto

Da qui ci siamo spinti verso la valle d’Itria, zona che si divide tra le province di Taranto, Bari e Brindisi e che si contraddistingue per la presenza dei trulli, abitazioni preistoriche in pietra dalla forma caratteristica a cono. La loro massima concentrazione è visibile ad Alberobello (Ba), dove sono stati nominati anche Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

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Sempre in questa favolosa valle si trova Ostuni (Br), soprannominata anche la “città bianca”, nome che deriva dal colore della calce con la quale sono costruite le sue abitazioni.

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ostuni2

ostuni6

Un altro paesino di uguale bellezza, sempre in questa valle, secondo me è Cisternino, in provincia di Brindisi, (e qui ringrazio chi tra di voi me lo aveva consigliato tra le mete imperdibili di questa vacanza, perché merita veramente una visita), nominato uno dei borghi più belli d’Italia, secondo la Consulta del Turismo dell’Associazione dei comuni italiani (Anci). Passeggiando tra i suoi vicoli poetici e suggestivi c’è da perdersi tra archi, cortili ciechi e scalette.

Cisternino

Dove mangiare: noi ci siamo trovati bene alla Taverna della Torre, in via San Quirico 3, un’osteria (segnalata anche nella guida Osterie d’Italia 2010 di Slowfood) dove potrete trovare piatti tipici della tradizione della valle d’Itria. Merita un assaggio la selezione di antipasti misti.

Un altro dei borghi più belli d’Italia è stato dichiarato il piccolo centro storico di Locorotondo (Ba), comune particolare per i suoi tetti aguzzi, nel quale si respira un’atmosfera intima tra vicoli e i numerosissimi balconi fioriti.

collage-locorotondo

Per concludere il mio giro per la valle d’Itria, non potevo non spendere due parole sulle famose Grotte di Castellana, che si trovano presso Castellana Grotte (Ba). Qui è possibile seguire due itinerari guidati a scelta, uno breve da 1 Km e un altro più lungo da circa 3 Km, nei quali ci si può avventurare tra le cavità sotterranee fino ad arrivare ad una profondità di circa 72 m. Inutile dire che lo spettacolo è garantito, le formazioni di stalattiti e stalagmiti  assumono colori diverissimi, dal verde, all’arancio, al rosa fino al bianco. Uno spettacolo della natura da non perdere dunque.

Grotte di Castellana

Grotte di Castellana

E questa?

Granita al caffé con panna

Non è di certo un piatto tipico locale, me ne rendo conto, ma vi voglio ugualmente segnalare dove ho mangiato una delle granite al caffé con panna migliori che abbia mai assaggiato (fino a questo momento si intende). La potete trovare presso il Caffé Tripoli, in via Garibaldi 35, a Martina Franca (Ta).

Ed infine c’è la meravigliosa Matera, nota per i suoi sassi, gli storici rioni dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1993, le cui case scavate nel tufo sono cosa di rara bellezza. Sicuramente una delle località che più mi ha colpito durante l’intera vacanza.

Matera

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Matera

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Matera - modellino in scala

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Concludo questo lunghissimo post con raccontandovi brevemente dell’incontro con i cari Angela e Giuseppe (@vinicolamente su twitter) di Sapori dei Sassi . Se passate da quelle parti fate una visita al loro negozio, nel quale potrete deliziarvi con numerosi prodotti tipici sia lucani che pugliesi, oltre a moltissimi vini di qualità. Se invece vi trovate un po’ fuorimano, non c’è problema, potrete fare la vostra spesa anche on line qui. Come dite? Se ho acquistato qualcosa? Certo che sì, tra tutti vi nomino i peperoni cruschi, il caciocavallo podolico, i lampascioni sott’olio, la farina di grano arso Senatore Cappelli e tanti vini, tra i quali lo Stupor Mundi e il 400 Some (entrambi Aglianico del Vulture) di Carbone vini.

E così dopo questo lungo viaggio in una parte della suggestiva Puglia (la prossima volta vorrei andare in Salento), ci siamo diretti a nord, al confine con l’Austria e la Svizzera, ma questo, come avevo scritto diverse righe più su, sarà l’oggetto di un nuovo post.

Ah, dimenticavo, sono felicissima di essere tornata tra voi. Mi sono mancati il blog, la cucina, ma soprattutto mi siete mancati voi :)

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12 agosto 2010

Lemon coconut bars

Lemon coconut bars

Eccoci arrivati all’ultimo post prima delle tanto sospirate vacanze. Nel week end partiremo, non sappiamo ancora bene se già domani (molto probabile) oppure domenica, la nostra meta quest’anno sarà la Puglia. Una regione che conosco poco, anzi pochissimo, e che sono ansiosa di scoprire in tutte le sue bellezze paesaggistiche, ma ovviamente mi riferisco anche alla cucina e ai prodotti enogastronomici tipici. Anzi se avete qualcosa da consigliarmi, sia esso cibo, un vino, un ristorante o una località degna di nota vi leggerò molto volentieri. So già che mi mancherete molto, ma sento di aver bisogno di un po’ di riposo (più mentale che fisico) in modo da poter ritornare pronta e piena di energie per un autunno che si preannuncia denso di eventi e novità.

Ci tenevo a salutarvi con un dolce che, grazie al suo sapore spiccato di limone, trovo sia particolarmente fresco e adatto all’estate. Devo dire che nel tempo ne ho provate diverse versioni (una con panna, un’altra con la maizena, un’altra ancora senza uova nella base e con rapporti diversi tra i vari ingredienti) e questa qui che vedete oggi fino a questo momento è quella che, sempre secondo i miei personalissimi gusti, mi ha soddisfatto di più. Si tratta di piccoli tranci quadrati di pasta frolla, sormontati da una crema al limone (non pensate anche voi che abbia un colore magnifico e solare?), che ho scelto di rendere un po’ più esotica aggiungendo del cocco rapé, abbinamento che come tutti sappiamo è molto azzeccato e che, in un certo senso, non fa che sottolineare l’allure estiva di questi dolcetti. Naturalmente il sapore prevalente è quello del limone, se quindi non amate in maniera particolare questo agrume non è la ricetta che fa per voi, questo va detto. Il cocco invece, utilizzando le dosi che ho impiegato io, si avverte  in maniera delicata e solo come sottofondo nelle note finali. Per chi invece volesse avvertirlo maggiormente, consiglio quindi di aumentarne la quantità a proprio piacimento. Dopo un breve stazionamento in frigorifero questi carré risulteranno ancora più freschi e gradevoli.

Lemon coconut bars

Ingredienti per 16 quadrotti:
per la base:
200 g di burro freddo di frigo
250 g di farina 00
30 g di zucchero a velo
1 uovo

per il ripieno:
6 uova
375 g di zucchero semolato
40 g di farina 00
70 g di cocco rapé
125 ml di succo di limone, filtrato
1 cucchiaio colmo di scorza di limone
zucchero a velo per spolverizzare

Procedimento:
Preparate la base: nella ciotola della planetaria lavorate, con il gancio a k e a bassa velocità, il burro freddo tagliato a dadini, la farina e lo zucchero a velo setacciato fino ad ottenere un composto bricioloso. Aggiungete l’uovo e continuate ad impastare fino ad ottenere un impasto omogeneo. Trasferitelo in una teglia quadrata da 23 cm di lato, che avrete imburrato e rivestito con della carta da forno (in questo modo starà più ferma e potrete ottenere dei bordi più precisi), e livellatelo premendo con la punta delle dita fino a coprire tutta la base in maniera uniforme. Mettete in frigorifero a raffreddare per 30 minuti, in questo modo evitate che la pasta si ritiri troppo in fase di cottura. Trascorso questo tempo fatela cuocere nel forno già caldo a 180° per circa 20-25 minuti, o comunque fino a quando essa apparirà leggermente dorata.

Nel frattempo preparate il ripieno: in una ciotola capiente lavorate le uova con le fruste elettriche fino a renderle omogenee, quindi aggiungete lo zucchero semolato e lavorate con cura. Incorporate la farina setacciata e il cocco rapé, mescolando bene con una spatola dopo ogni aggiunta, quindi unite il succo di limone e la scorza grattugiata. Mescolate di nuovo fino ad ottenere un composto omogeneo. Versate il tutto sulla base già cotta e fate cuocere nel forno già caldo, sempre a 180°, per circa 25-30 minuti o fino a quando il ripieno risulterà sodo e apparirà leggermente dorato in superficie. Togliete dal forno e fate raffreddare completamente su di una griglia per dolci. Sformate, tagliate con un coltello, pulendolo dopo ogni taglio con della carta assorbente, facendo 4 quadrotti per lato, ottenendone in totale 16. Spolverizzateli con lo zucchero a velo e servite.

[ricetta liberamente ispirata a quella contenuta in "Un uomo in cucina" - Bill Granger - Luxury Books]

Prima di salutarvi vi ricordo che sono aperte le iscrizioni ai corsi di cucina, qui il programma completo. Per informazioni contattatemi pure all’indirizzo info@fiordifrolla.it , connessione permettendo, dovrei riuscire a consultare la casella di posta elettronica e quindi a rispondervi.

Un abbraccio affettuoso a tutti voi, ci rileggiamo a settembre!

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9 agosto 2010

Confettura di rabarbaro e vaniglia

Rabarbaro

Ma ve lo ricordate questo post sul rabarbaro? In pratica, circa 4 mesi fa, scrissi che quest’ultimo è un vero ingrediente feticcio per me, perché l’ho sempre visto immortalato su bellissimi libri dalle fotografie patinate o nei blog d’oltralpe (ma non solo), ma qui dalle mie parti è praticamente impossibile trovarlo (ero addirittura arrivata a pensare che non esistesse nemmeno e fosse un’invenzione di alcuni food writer!). Ed è di difficile reperibilità davvero qui nella mia città, se non fosse che una persona generosa, anche lei bolognese come me, è riuscita ad ordinarlo e molto gentilmente mi ha contattata per sapere se fossi disponibile a dividere la grossa confezione insieme a lei.  Potevo rifiutare l’allettante proposta e perdere in questo modo la tanto attesa occasione di poterlo vedere con i miei stessi occhi? Ovviamente no e quindi non appena il pacco è stato recapitato a Sabrina mi sono ritrovata con due lunghi mazzi di gambi di rabarbaro di colore rosso acceso, con qualche leggera sfumatura verde. Onestamente non mi sembrava vero di essermela cavata con così poco, voglio dire, lo desideravo da tempo immemore e mi ero immaginata di dover attendere chissà quanti mesi, ma cosa dico, anni prima di riuscire ad incontrarlo. E invece finalmente potevo averlo tutto per me e utilizzarlo per realizzare alcune delle ricette che avevo archiviato pazientemente per anni.

Una volta arrivata a casa, per prima cosa mi sono documentata ed ho scoperto che innanzitutto le foglie non sono commestibili (c’è chi dice anche che siano leggermente tossiche), e poi che ha anche delle proprietà medicinali, come stimolare l’attività digestiva, quella depurativa del fegato e, se assunto in dosi massicce, può diventare anche lassativo (per maggiori informazioni leggete qui). Dopo le foto di rito (beh non potevo non dedicargli un adeguato servizio fotografico, no?), ho pensato subito di utilizzare una parte per farne una confettura, aromatizzata alla vaniglia. Confettura che si è rivelata particolarmente gradevole, non così amara come me la immaginavo, forse perché associavo il sapore a quello delle famose caramelle svizzere, non so se avete presente, o forse perché la dose di zucchero è abbastanza importante non so, in ogni caso ne sono rimasta molto soddisfatta. A parte il classico utilizzo sulle fette di pane tostato, leggermente imburrate, a me è piaciuta molto mescolata insieme allo yogurt greco (ho creato delle verrines estemporanee e light con alcuni lamponi freschi), oppure potete sempre utilizzarla per fare questi deliziosi quadrotti, oltre che naturalmente la classica crostata ecco.

E con il rabarbaro che è avanzato? Non so, vedrò che farci (anche se un paio di mezze idee ce le ho eccome ;), per ora si trova nel congelatore, riposto negli appositi sacchetti, in modo da poterlo prendere fuori non appena mi sarà venuta l’ispirazione e, comunque, ciò avverrà dopo le ferie estive.

Confettura di rabarbaro e vaniglia

Confettura di rabarbaro e vaniglia

Ingredienti per circa 500 g di confettura:
500 g di rabarbaro
440 g di zucchero semolato
1 baccello di vaniglia
4 cucchiai di acqua

Procedimento:
Mondate il rabarbaro privandolo dei filamenti con un coltellino (così come si fa con i cardi per capirci) e tagliatelo a pezzetti di un paio di centimetri. Trasferitelo in una casseruola insieme allo zucchero, ai semi di vaniglia ottenuti incidendo la bacca longitudinalmente con un coltello e prelevandone il contenuto con la punta di un cucchiaino, e l’acqua. Scaldate a fuoco basso, mescolando di tanto in tanto, fino a quando lo zucchero si sarà sciolto. Alzate la fiamma e fate cuocere a fiamma media per circa 10-15 minuti o fino a quando noterete che la confettura si sarà addensata. Quando il rabarbaro si sarà un po’ disfatto frullatelo con un frullatore ad immersione (facoltativo) per ottenere una consistenza più vellutata.

Verificate la cottura facendo la classica prova del piattino: fate colare un goccio di marmellata su di un piattino freddo (io di solito lo metto nel congelatore), se inclinandolo essa non scivolerà via velocemente, significa che è giunta a cottura. Eliminate il baccello di vaniglia e versate la confettura calda all’interno degli appositi barattoli di vetro, che avrete precedentemente sterilizzato e asciugato, pulite accuratamente i bordi e chiudete con i coperchi. Capovolgeteli fino al giorno seguente.

[ricetta tratta da "Frutta", collana "Sempliciessenziali" di Donna Hay - Guido Tommasi Editore]

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